Un ventennio di stravizi, serve una rivoluzione culturale
Editoriale di Andrea Di Stefano pubblicato sul numero di settembre della rivista Valori
Un fiume di denaro. Profitti “a manetta”, dividendi distribuiti a piene mani (in alcuni casi addirittura ricorrendo all’indebitamento per soddisfare la famelica voracità di alcuni azionisti, in prima fila se private equity). Il quadro degli ultimi dieci anni è a dir poco impressionante: le principali multinazionali della Triade (Usa, Europa, Giappone) hanno realizzato migliaia di miliardi di profitti netti. Il solo settore dell’energia, responsabile della devastante speculazione del luglio 2007 che ha contribuito a gettare nella povertà un miliardo di persone, ha registrato utili per 1.300 miliardi di dollari, distribuendo quasi 600 miliardi di dividendi. E si tratta solo di alcune gocce nel mare di profitti che le aziende hanno realizzato durante gli ultimi decenni in un processo che è stato chiamato di delocalizzazione e che in realtà sarebbe più opportuno definire globalizzazione fordista.
Già a metà degli anni Ottanta sociologi ed economisti avevano ben delineato il processo di divisione del lavoro messo in atto dalle multinazionali: utilizzare l’innovazione tecnologica per trasferire la produzione di merci nei Paesi dove il costo del lavoro era più basso con l’obiettivo di incrementare i profitti. Un processo perfettamente riuscito che ha visto poi l’entrata in campo dell’industria finanziaria, che ha strategicamente integrato la progressiva riduzione del reddito nei Paesi più ricchi con il ricorso all’indebitamento da parte delle famiglie.
Con lo scoppio della crisi finanziaria sono venuti al pettine alcuni nodi di un sistema economico profondamente insostenibile ed è esplosa la disoccupazione, soprattutto nei Paesi marginali dell’Unione Europea (Grecia, Italia e Spagna) e nelle fasce meno protette (giovani e non qualificati). Le risposte in campo sono destinate a rendere ancora più insostenibile il sistema in una clamorosa assenza di politiche pubbliche che possano ridistribuire una parte di quell’incredibile ricchezza accumulata negli ultimi decenni.
Per ora una ricetta economica sembra avanzare dai cosiddetti Paesi in via di sviluppo: aumenti salariali in moneta locale anche molto consistenti, che possano favorire il consumo interno. È quanto sta accadendo in Cina e in India, dove le distratte cronache estive registrano scioperi con relativi incrementi delle retribuzioni tra il 20 e il 50%. Siamo in attesa delle risposte che possono arrivare anche nei Paesi più sviluppati, prima tra tutte la tassazione delle rendite e delle transazioni finanziarie, in attesa di una riforma della fiscalità che colpisca il consumo delle merci, soprattutto se ad alto contenuto di energia ed elevato impatto ambientale.
Carbon tax, incremento dei prezzi dei carburanti e dell’energia, forti incentivi per il risparmio energetico e l’auto-produzione mediante le fonti rinnovabili, piani per la mobilità sostenibile basati sull’auto elettrica e il trasporto pubblico. Ma anche rivoluzioni produttive, come quella che è destinata a cambiare il volto dell’agricoltura e delle nostre scelte di acquirenti.
Non basta dire “la crisi non la vogliamo pagare noi!” Così come non è sufficiente appellarsi al consumo critico e responsabile, al commercio equo e solidale: vanno sperimentati nuovi modelli economici coinvolgendo decisori pubblici, che sono in grado di imprimere cambiamenti all’insegna della partecipazione e del coinvolgimento dei cittadini ribaltando l’imbarbarimento sociale e culturale.
Andrea Di Stefano
Direttore rivista Valori (www.valori.it)
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