L’accordo tra Abi e governo, presentato come possibilità di trasformazione di mutui a tasso variabile in mutui a tasso fisso, si è rivelato, nel giro di pochi giorni per quello che è: la possibilità di rinegoziazione delle modalità di rimborso, non delle condizioni applicate - trasformazione o variazione del tasso - che rimangono immutate; in altre parole, il consumatore mantiene invariato il conteggio degli interessi ma ha la possibilità di vedere definita una rata costante per il rimborso - fissata nelle modalità di calcolo, non nel valore - e la contestuale buona probabilità di vedere allungato il tempo di rientro del suo debito quindi complessivamente, l’ammontare degli interessi pagati. Va detto che nel caso in cui non si verifichi l’ipotesi di allungamento del tempo di rimborso, alcune delle rate pagate dopo la rinegoziazione sarebbero state più basse secondo il piano di ammortamento originario.
Posizione assolutamente lecita, quella delle banche che non modificano nella sostanza il rendimento dei loro impieghi e, nel contempo, hanno buone probabilità di tenere entro limiti accettabili i crediti “in contenzioso”. Un intervento volto a risolvere con un respiro piuttosto corto la posizione per entrambi gli attori in uno scenario di tassi in crescita.
Un passo indietro, tuttavia, in termini di spinta alla concorrenza: in questo contesto, il consumatore è stimolato a “rinegoziare” l’operazione che ha in corso e rendere sostenibile la sua rata, non a preoccuparsi di verificare le condizioni applicate da altri istituti e a dar vita a quella mobilità della clientela che la legge Bersani facilitava decisamente: la Bersani prevedeva, tra l’altro, un limitato utilizzo del notaio in questa tipologia di atti; l’intervento delle banche per tutte le spese relative al trasferimento dell’operazione da un istituto all’altro (comprese quelle notarili) e ribadiva che tale operazione non inficia in alcun modo i benefici fiscali previsti per le operazioni di mutuo per acquisto prima casa. Non a caso l’applicazione di questa legge ha trovato tanti ostacoli e infinite modalità di elusione; basti dire che le direttive ABI la rendono obbligatoria solo per l’istituto che “cede” l’operazione dal 31/05/2008: proprio così, da dopodomani.
E’ difficile in questo contesto, non leggere il recente provvedimento come un tentativo di “mantenimento di rendite di posizione”.
E i cittadini?
Attori secondari della vicenda se, a quanto sopra descritto, affianchiamo qualche riflessione sulle dichiarazioni di Tremonti in materia fiscale; potremmo discutere su chi possa e come si debba definire quando il reddito è “eccessivo”; certo, è eccessivo se il sistema bancario cresce a ritmi molto al di sopra della media paese: ma a chi conviene la strada della pressione fiscale? Anche in questo caso, a me pare, si ponga un problema di redistribuzione del gettito, ma in ultima analisi anche del costo della pressione fiscale: abbiamo già assistito, e non solo nel sistema bancario, a meccanismi di “recupero” di redditività tramite aumento dei prezzi.
Diverso sarebbe l’effetto di una politica che, stimolando alla concorrenza, riesca a mettere le banche in condizione di essere più efficienti, perché solo in questo modo la diminuzione dell’utile si traduce in vantaggio per il cittadino.

Mario Crosta
Direttore generale Banca popolare Etica