Dopo la tempesta quale ritorno alla normalità?
Dopo il “secolo breve” (1914-1991), - un modo per interpretare il ’900 - è finito anche il primo “lungo decennio” (2000-2009) del XXI secolo. Reso “lungo” dalle difficoltà registrate in quel periodo dall’economia mondiale, al punto che Paul Krugman (Nobel per l’economia nel 2008) l’ha definito il decennio del “grande zero”, facendo riferimento ai risultati economici di quest’ultimo decennio, almeno per quanto riguarda il mondo sviluppato (diverso sarebbe il discorso se si considerano alcuni Paesi emergenti). Risultati assai mediocri soprattutto se confrontati con le aspettative di inizio secolo. Erano gli anni in cui si pensava (o meglio i “neoliberisti” pensavano) che la new economy avrebbe garantito una crescita sostenuta ed eliminato definitivamente il ciclo economico, ossia l’alternarsi di fasi economiche positive e negative. È successo esattamente il contrario. La velocità media della locomotiva economica è diminuita mentre gli sbandamenti, fino al rischio di veri e propri deragliamenti, sono aumentati.
Ora siamo nel 2010 e la ripresa, che pure è nei numeri, è ancora piena di incognite. Abbandonata la fiducia negli algoritmi matematici, in particolare per quelli che garantivano la finanza a rischio zero, si guarda alla storia per meglio affrontare il futuro prossimo venturo.
La paura riguarda la “W”, ossia una seconda ricaduta dell’economia, dopo il semestre terribile (settembre 2008 – marzo 2009), che potrebbe essere causata da una exit strategy troppo anticipata, ossia dall’abbandono troppo frettoloso degli stimoli fiscali e monetari che hanno sostenuto l’economia in questi mesi. Il riferimento storico, messo in risalto dal “solito” Krugman, è il 1937. In quell’anno la fine anticipata del New Deal, decisa dal Presidente americano Roosevelt, determinò una ricaduta dell’economia americana, (dopo la Grande Depressione del quadriennio 1929-1933), che poi uscì dalla crisi solo “grazie” allo scoppio della II Guerra Mondiale. Del resto l’economia privata è stata negli ultimi anni sostenuta da una serie di bolle, da quella di internet a quella immobiliare ed ora non è ancora chiaro da dove possa venire un nuovo sostegno all’economia mondiale.
Il dibattito sui tempi dell’exit strategy è aperto. Solo su un punto gli economisti sono concordi. Una prolungata politica monetaria eccessivamente espansiva (in questo momento negli Stati Uniti i tassi di interesse sono azzerati e sono molto bassi nel resto del mondo) apre la porta a nuove bolle speculative (tassi di raccolta straordinariamente bassi spingono infatti le banche a effettuare operazioni finanziarie rischiose), che potrebbero scoppiare al primo segnale di pericolo di una nuova recessione. Non è un caso che in questi giorni (10 gennaio) la Banca dei Regolamenti Internazionali (la banca delle Banche centrali) ha convocato a Basilea i responsabili delle più importanti banche private del mondo.
Per i monetaristi (un altro modo per dire liberisti) si tratta di tornare quanto prima alla “normalità del mercato” perché, come dicono, “di troppo Keynes si può morire”, alzando i tassi di interesse. Per i keynesiani, che hanno paura degli effetti recessivi di una tale manovra, è meglio introdurre nuove regole nei mercati per evitare le bolle finanziarie. Osservava l’economista Joseph Stiglitz (4 gennaio 2010): “Dicono che alzeranno i tassi per rientrare nella normalità. Ma questo si tradurrà in 2,4 milioni di nuovi mutui insolventi nel 2010”.
La verità è che i neoliberisti danno per scontato e inevitabile un periodo di parecchi anni di alta disoccupazione. È questo il prezzo da pagare per quello che chiamano “il ritorno alla normalità del mercato”. Nel loro modello la sostenibilità economica non prevede, anzi è alternativa, se non incompatibile, con la sostenibilità sociale.
Aveva dunque ragione Krugman quando affermava (La Repubblica, 29 dicembre 2009). “Del decennio che si conclude, in ogni caso, a essere veramente sconvolgente, è la nostra mancanza di volontà a imparare dai nostri errori”.
Alberto Berrini, economista
Articolo pubblicato sul numero di Febbraio della rivista Valori
Alberto Berrini si è laureato in Discipline economiche e sociali alla Bocconi nel 1983. È consulente economico per la FIBA-CISL nazionale. Ha pubblicato: Soci o salariati? (Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 2006), con Pier Paolo Baretta e Giuseppe Gallo, e Le crisi finanziarie e il «Derivatus paradoxus» (Ed. Monti, Saronno 2008). Collabora a varie riviste, tra le quali «Valori» di Banca Etica. La sua opera più recente è “Come si esce dalla crisi” pubblicata quest’anno da Bollati Boringhieri “Dall’attuale crisi del mercato non si esce solo con più Stato, ma si può e si deve uscire con più SocietàAnno 2009”.