A Nairobi ci sono 5 milioni di abitanti di cui 3 milioni e mezzo vivono in più di 290 slums. La vita negli slums è incredibilmente vivace. Le loro vie principali brulicano di bancarelle che vendono di tutto (dalle interiora di agnello, frutta di ogni tipo,scatole di latta). Tra i negozi principali spiccano i beauty salon (le donne degli slum tengono moltissimo al loro abbigliamento e ai loro capelli), le macellerie con i manzi appesi bene in vista e gli internet cafè dotati di tv satellitare. Fa una certa impressione vedere in mezzo alla densissima distesa di baracche in lamiera o in fango scritte sui muri come “Wigan-Bolton” o “Arsenal-Manchester” che pubblicizzano i match della premier league inglese.
Esiste un’altra parte della città che è ricca e sviluppata. Per gli economisti l’importante è crescere perché poi la ricchezza creata, come il grasso dei kebab, cola verso gli strati più bassi. Ma a Nairobi la trasmissione di ricchezza dalla zona ricca agli slum non sembra funzionare particolarmente. Numerosi dei suoi abitanti vanno a lavorare nei quartieri bene (come camerieri, nel settore delle pulizie, nella sicurezza) ma non guadagnano più di 50 euro al mese. Per chi lavora in alcune fabbriche è ancora peggio perché il rapporto di lavoro non esiste proprio. La mattina suona la sirena e i primi 400 che entrano lavorano. Che coincidano o meno con quelli che hanno lavorato il giorno prima interessa poco.
Un altro ostacolo pesante all’accumulazione di piccolo risparmio è dovuto al fatto che gli abitanti degli slums devono persino pagare l’affitto delle baracche in lamiera di 10 metri quadri in cui vivono in non meno di 3 persone ai proprietari dei terreni su cui sorgono gli slums (i prezzi attuali vanno dai 10 ai 30 euro al mese).
Come uscirne ? Sperando che arrivino i nostri ovvero istituzioni e politici benevoli che finanzino la costruzione di infrastrutture le vie migliori sono l’istruzione e il microcredito. I gruppi di mutuo aiuto (self help groups) danno una mano fondamentale anche se non sono il toccasana. Versando per tre mesi una piccola somma al self help group Nkuruma nello slum dei Kariobangi si diventa membri-azionisti e si ha diritto ad avere un prestito ad un tasso veramente irrisorio (6 percento, ovvero un tasso negativo se consideriamo il tasso d’inflazione del paese). Il moltiplicatore di quest’istituzione finanziaria informale è molto prudente perché per ogni scellino keniano depositato ne vengono prestati tre. I membri non possono ritirare i loro risparmi prima di un anno e la remunerazione riconosciuta è minima (tra uno e due percento). Il meccanismo è comunque conveniente per chi vuole avere un prestito perché il differenziale tra tasso sui prestiti e tasso sui depositi è comunque più basso di quello delle banche ordinarie e perché le banche ordinarie non fanno prestiti per somme così piccole per le quali i costi fissi strozzerebbero ogni opportunità di profitto. I membri dell’organizzazione hanno anche il vantaggio di poter accedere ad un assicurazione per spese mediche per una cifra molto piccola. I tassi di fallimento sono tra il 5 e il 10 percento ma l’organizzazione recupera tutte le somme prestate perché per ogni prestito è necessario avere la fideiussione di cinque membri della zona che sono responsabili in solido in caso di mancato pagamento del cliente.
Un sistema dei self help groups come quello descritto appare tutto sommato vantaggioso per i prestatari che presso i microcrediti che hanno come obiettivo quello di massimizzare il proprio utile pagano cifre molto più elevate.
Per gli occidentali animati da spirito di solidarietà diventare soci di un’organizzazione di questo tipo (senza chiedere però prestiti) è un ottimo modo di investire le proprie risorse in solidarietà. Le somme erogate non vanno perdute e il capitale può essere restituito a distanza di tempo anche con un piccolo rendimento. Il vero rischio che si correrebbe è l’oscillazione sui tassi di cambio. Le nostre risorse sono infatti in euro mentre l’organizzazione di microcredito presta in valuta locale. Non sempre la cosa risulta svantaggiosa. Da Agosto ad oggi la svalutazione dell’euro rispetto allo scellino keniano avrebbe fruttato agli investitori solidali più del 10 percento. Ma il vero rendimento perun risparmiatore solidale è sapere che le risorse prestate si moltiplicano (un euro versato ne alimenta tre di prestiti), creano valore economico superiore in misura del rendimento dei progetti finanziati (spesso elevato in questi casi) e alimentano un circuito di responsabilità (chi riceve deve sviluppare un progetto e creare risorse per restituire), solidarietà locale (i cinque fideiussori che garantiscono) e disciplina di risparmio impedendo, come spesso accade da queste parti, che i soldi messi da parte vengano immediatamente vanificati senza alcuna pianificazione per qualche esigenza del momento.
Leonardo Becchetti - Presidente Comitato Etico Banca Popolare Etica
Nairobi, 28 dicembre 2010

