L’IMPACT INVESTING TRA PENELOPE E GRAMSCI

Bancanote Blog

L’IMPACT INVESTING TRA PENELOPE E GRAMSCI

27 Novembre 2018

di Alessandro Messina, direttore generale di Banca Etica

E’ stata di ispirazione la partecipazione all’evento “Social impact investing: nuovi modelli per un’economia sostenibile” organizzato a Roma da uno dei principali studi di consulenza legale in materia bancaria.

Una folta rappresentanza di professionisti, consulenti, esponenti del mondo finanziario, istituzioni e politica, tutti ad interrogarsi sul futuro della finanza di impatto. Mio il compito di portare la testimonianza del movimento della finanza etica che ho arricchito del personale proposito di intravedere come costruire ponti e tracciare percorsi di possibili future alleanze.

Banca Etica cresce ma la finanza globale è sempre più “cattiva”...

Banca Etica prova da vent’anni a cambiare la finanza, con indubbio successo rispetto al proprio percorso, ma qualche forte frustrazione rispetto al risultato finale: la finanza oggi è più brutta e cattiva di quanto fosse cinque lustri fa.
Ricordiamo quanto raccomandava Serge Latouche allora: “mentre la finanza globale disfa di giorno il tessuto sociale, nostro compito è, all’inverso di Penelope, ricostruirlo di notte”…
Un ruolo chiaro di costruttori pazienti, controcorrente, quasi in clandestinità, di cui è sempre bene essere consapevoli.
A metà anni ‘90 l’aggregato delle transazioni finanziarie, rapportato al PIL globale, arrivava a 5. Quando Banca Etica ha iniziato a operare era a 7. Nel momento in cui scoppia la grande crisi finanziaria, il 2008 di Lehman Bros, la proporzione ha raggiunto 10. Oggi, dopo tanto parlare di come cambiare la finanza, renderla più controllata e più vicina all’economia reale, quel valore è arrivato a 12.

...e nel frattempo è scoppiata la moda dell’impact investing

Nel frattempo, all’incirca tra 2012 e 2015, nel mondo piccolo (per cerchie) e antico (per logiche) della finanza e delle istituzioni scoppia la moda dell’impact investing. Con nobili propositi (riportare la finanza a produrre impatto positivo per società e ambiente) e qualche sottinteso non esplicitato di troppo: come riuscirci se non cambiandone alcune regole interne di funzionamento?
Non poteva non nascerne una visione confusa, che chiede cambiamento ma si caratterizza per tanta timidezza nei confronti del capitale e poca originalità nel pensiero rispetto ai canali di reperimento delle risorse. Non bastano le migliori eccezioni, come il dibattito certamente di maggiore qualità e pluralismo di approccio che si vede in Italia o in Germania, contano i movimenti globali. E quelli si fanno altrove: tra Londra, New York e Tokyo, con il silente ruolo di Pechino e Shangai che poco parlano e tanto fanno.

Occhio agli abbagli

Così nel corso dell’incontro è apparso chiaro, almeno a chi scrive, l’abbaglio che oggi rischia di offuscare la vista della comunità professionale dell’impact investing: dando per scontato che la finanza di impatto debba dedicarsi a mettere toppe dove gli stati nazionali non arrivano più (sanità, istruzione, sicurezza, ma perfino strade e ponti, come appunto fa la Cina), la principale preoccupazione diviene come trovare strumenti (scientifici, oggettivi, rigorosi) di misurazione (dell’impatto e dei suoi risparmi impliciti per la collettività), al fine di attrarre i (supposti) super-efficienti e mega-razionali decisori della finanza privata.
Difficile non pensare a Gramsci e al rischio che l’impact investing si faccia “mosca cocchiera” dei più sfrenati mercati  finanziari. Ossia proprio di quei novelli Proci che disfano di giorno e di notte - senza pausa d’orario grazie alle nuove tecnologie -  il tessuto sociale mondiale, che nessuna Penelope chiusa nella sua stanza potrà mai rigenerare.

Pensieri non molto diversi che arrivano osservando il mondo - più ampio e un po’ più vago - della finanza sostenibile, altra comunità professionale che sta oggi deludendo in Europa con i lavori sull’Action Plan for Sustainable Finance.
E’ allora il tempo di pensare a come unire le forze migliori tra coloro che all’interesse per l’impatto ambientale e sociale (dimensione quest’ultima sempre troppo trascurata!) associano il coraggio di guardare il capitale finanziario negli occhi e spiegargli dove e come deve cambiare.

Serve il coraggio della trasgressione

L’impact investing non vincerà la sua sfida se resta moda di mercato, limita le sue ambizioni a divenire asset class da mettere a catalogo, eccede di rispetto nei confronti degli intermediari che pur devono finanziarlo. Se è una visione utopica, unica spinta possibile per concepire il cambiamento dell’ortodossia finanziaria, deve avere il coraggio e la forza della trasgressione. Se si limita a galleggiare tra socialwashing e nuove tecnocrazie dell’impact, di cui francamente non si sente alcuna esigenza (ma qualcuno ha letto Timbergen?) ha già smesso di essere interessante.
Piuttosto, il movimento della finanza etica, in Italia con Banca Etica, in Europa con Febea, nel mondo con la Global Alliance for Banking on Values, ambisce presto ad unirsi nel proprio cammino con tanti altri operatori, anche molto diversi tra loro, che abbiano veramente voglia di cambiare la finanza e le sue regole. Per ritrovarci, insieme, dalla parte di Penelope.

L'intervento di Alessandro Messina, durante il Convegno “Social impact investing: nuovi modelli per un’economia sostenibile” 

Si ringrazia Radio Radicale per la registrazione.

Commenti

Inviato da Ermanno Gigante il 27 Novembre 2018 - 4:42pm

Ma che l'impact investing sia l'ennesimo maquillage sociale della cattiva finanza di cui sopra?
Ho l'impressione che davanti alla ritirata dello stato sociale, l'impact investing rappresenti un altro tentacolo dei novelli Proci. La vecchia finanza allunga le sue manacce in settori che prima considerava non redditizi o off-limits, e confeziona bene questa operazione presentandola con le parole d'ordine della sostenibilità.

LASCIA UN COMMENTO

CERCA BANCA ETICA VICINO A TE