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Gruppo Banca Etica: no di CEI agli investimenti in armi incoraggia l’economia di pace

Il Gruppo Banca Etica accoglie con piena condivisione la Nota Pastorale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), Educare a una pace disarmata e disarmante

In un’epoca segnata da conflitti e dalla corsa al riarmo, l’intervento dei vescovi italiani non è solo un richiamo etico, ma una bussola politica ed economica necessaria per allontanare l’umanità dalla pericolosissima china bellicista intrapresa e riportarla verso la costruzione di un benessere condiviso. Per il movimento della finanza etica, che opera quotidianamente affinché il denaro sia uno strumento al servizio della giustizia sociale e non della distruzione, il documento della CEI rappresenta un’autorevole incoraggiamento per tutte le persone e le organizzazioni convinte che la pace non è un’astrazione, ma il risultato di scelte concrete, a partire da quella su dove orientare i flussi finanziari e il nostro risparmio, dice il presidente di Banca Etica, Aldo Soldi.

In particolare, il Gruppo Banca Etica sottolinea tre passaggi cruciali della Nota:

Il contrasto alla corsa globale agli armamenti e all’attivismo bellicista europeo: Banca Etica, come la CEI, ha espresso forte preoccupazione per la strategia di riarmo che sta investendo l’Unione Europea. La spinta verso la produzione e il commercio di armi, incluse quelle nucleari, segna un pericoloso arretramento rispetto ai trattati di non proliferazione siglati nei decenni recenti. Trasformare l’Europa in un hub militare non significa solo tradire la sua vocazione di progetto di pace ma sottrarre risorse vitali alla transizione ecologica e al benessere delle comunità. Indirizzare i risparmi privati dei cittadini e delle cittadine verso questa folle corsa al riarmo è scellerato.

Le armi non sono mai neutrali: concordiamo con forza con tutti coloro che denunciano la fragilità della posizione che considera le armi strumenti moralmente neutri. Ogni arma è intrinsecamente “orientata all’uccisione e al ferimento“, la sua stessa esistenza non è un atto neutrale. “La produzione ed il commercio di armi – ricorda la CEI – innescano meccanismi economici che tendono a perpetuarsi, sostenendo e talvolta fomentando conflitti o supportando regimi autoritari”.

La responsabilità di investitori e risparmiatori: sottoscriviamo l’appello della CEI a “evitare la speculazione sui titoli dell’industria militare”. Chi sostiene finanziariamente queste imprese contribuisce, anche inconsapevolmente, a un’economia di guerra che condiziona le agende dei governi. La presa di distanza dall’industria bellica è oggi un dovere civile e una forma di obiezione di coscienza finanziaria.

L’impegno della finanza etica: non diamo soldi alle armi!

Il Gruppo Banca Etica, oltre a non dare credito e a non investire nel settore della produzione e commercio di armi, promuove la pace e le organizzazioni che operano per consolidarla, favorendo il contrasto alle disuguaglianze e l’inclusione sociale. 

Tra le attività a sostegno di un orizzonte di pace e di una finanza che contribuisce a realizzarlo, vogliamo ricordare:

  • lo stimolo all’elaborazione e alla pubblicazione del Manifesto per una finanza di pace da parte di Banca Etica nell’ambito della Global Alliance for Banking of Values nel 2024, oltre all’impegno – in coordinamento con un’ampia coalizione di organizzazioni – in difesa della legge italiana 185/90, che tutela la trasparenza delle transazioni finanziarie degli istituti italiani a supporto dell’export di armi dal nostro Paese; 
  • il lavoro di Fondazione Finanza Etica che, praticando l’azionariato critico verso le grandi aziende quotate in borsa, ha sviluppato campagne che stigmatizzano, ad esempio, l’orientamento sempre più spiccatamente militare di Leonardo Spa. Fondazione Finanza Etica cura inoltre ricerche – quali il Report Zero Armi e Finanza di pace. Finanza di guerra – da cui emerge come banche e istituzioni finanziarie alimentino l’industria bellica, la quale è fortemente compromessa da fenomeni corruttivi a livello internazionale mentre non genera benefici occupazionali rilevanti.

Esercitare il “disarmo” significa anche scegliere dove orientare il risparmio. Solo togliendo ossigeno finanziario all’industria bellica potremo educare a una pace che sia, finalmente, disarmante.