ECCO IL CALCIO SOCIALE, GIOCO PER CRESCERE

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ECCO IL CALCIO SOCIALE, GIOCO PER CRESCERE

10 Dicembre 2020

In collaborazione con Corrado Fontana, giornalista di Valori.it

«Con la sua attività dona concretezza ai principi e ai valori che la banca promuove»: questa volta cominciamo dalle parole della responsabile della filiale di Banca Etica di Roma, Maura Isernia, che così descrive Calciosociale, un progetto originale e ambizioso di inclusione sociale. Perché ciò che è nato nel 2005 come società sportiva dilettantistica con l’obbiettivo di cambiare le regole del calcio per cambiare il mondo oggi ha già percorso diversi chilometri di erba e terra sui campetti di pallone italiani. Soprattutto dal 2009, quando è stato fondato il Campo dei Miracoli – Valentina Venanzi, centro sportivo aperto a tutti nel quartiere di Corviale, periferia romana a sud ovest della città.

«Calciosociale – spiega il fondatore Massimo Vallati – identifica nel gioco del pallone non solo lo sport più praticato al mondo ma anche il più grande evento mediatico e di comunicazione globale. Il calcio è la più grande palestra didattica sul Pianeta e tuttavia riteniamo che abbia un ruolo fortemente negativo e molti problemi, soprattutto ai livelli giovanili e dell'infanzia. In Italia più di trecentomila bambini si iscrivono alle scuole calcio e il 25% di chi ha tra i 10 e i 12 anni gioca a calcio, ma le scuole calcio non hanno un’adeguata impostazione pedagogica. Nel movimento sono frequenti fenomeni di violenza, razzismo, antisemitismo, corruzione... con le tifoserie che portano devastazioni ogni domenica. E come Banca Etica si prefigge di innovare il mondo dell’economia bancaria, così per noi, che abbiamo l'ambizione di cambiare il mondo del calcio, che rappresenta un pezzo cospicuo della società, è stato naturale sceglierla quale istituto di riferimento, e ne siamo soci e clienti».

Anche grazie a questa collaborazione, numerosi sono i progetti sviluppati dall’associazione negli anni, in diverse zone del Paese, dal quartiere napoletano di Scampia a Quartu Sant’Elena in Sardegna all’abruzzese Carsoli. E oggi è attivo un torneo nazionale di calcio sociale che si sviluppa in quattro città contemporaneamente (Modica, Roma, Grosseto ed Empoli), con circa 27 squadre e 350 persone che giocano. Ma come si produce in concreto il cambiamento auspicato da Calciosociale?

Innanzitutto coinvolgendo le persone. Bambini e ragazzi, principalmente, ma le attività sono aperte a chiunque. E poi modificando le regole. Nessuno resta in panchina, giocano tutti (regola 7). E le squadre si formano in base a dei coefficienti attribuiti a ogni giocatore (da 0 a 10) in base alla capacità tecnica individuata da parte di una commissione e valutate durante alcune partite amichevoli. Le squadre vengono composte perché siano complessivamente equilibrate, perché sia veramente un gioco e tutte abbiano in partenza lo stesso potenziale di vincere, introducendo così un elemento di giustizia. Ma non è tutto. Il calcio sociale prevede che un giocatore può segnare un massimo di 3 gol a partita e poi deve mettersi a disposizione della squadra; contabilizza assist e gol ma i primi hanno maggior valore; i calci di rigore li tira il giocatore col coefficiente più basso della squadra, permettendo a chi è normalmente marginalizzato di essere protagonista. 

Infine, allo sport viene sempre associata una componente di formazione. Ogni anno c'è un tema di carattere sociale o culturale interpretato dalle squadre attraverso attività fuori dal campo, anch’esse condotte in forma di partita, riuscendo così a coinvolgere anche i più restii, che sono motivati a contribuire alla vittoria coi compagni. «Il tema – conclude Vallati – può essere quello degli articoli della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea o degli uomini e donne contro le mafie (abbiamo avuto squadre che si chiamavano Pio La Torre, Francesco Saverio Borrelli...). Due anni fa, col referendum, ci siamo dedicati alla Costituzione italiana e quest'anno abbiamo trattato uomini e donne che hanno dedicato la loro vita alla tutela dell'ambiente». Insomma, insieme al pallone si sperimentano gioco, cultura, uguaglianza, giustizia, formazione. Per un’idea di calcio davvero totale.

Commenti

Inviato da Ivan il 31 Marzo 2021 - 5:21pm

Ottima idea, io sono tifoso, purtroppo con insistenza fatico a cambiare, ogni tanto mi arrabbio e vedo che sono poco tollerante quando guardo una partita; sicuramene dipende dal retaggio culturale in cui ho vissuto e su come spesso viene presentato il calcio in tv, con molti commenti giornalistici e tante polemiche. Ciò che possiamo fare credo si impegnarci ad essere più sportivi ed anche meno dipendenti dal calcio, che comunque è solo uno sport.

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