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A Palermo il cinema diventa comunità: la storia del Sicilia Queer filmfest

A Palermo il cinema diventa comunità: la storia del Sicilia Queer filmfest

A Palermo, da oltre quindici anni, un festival di cinema è diventato molto più di una rassegna. È il Sicilia Queer filmfest, nato nel 2011 in un momento in cui in Italia e in Sicilia iniziavano a emergere nuove mobilitazioni sui diritti LGBT+, ma che negli anni ha scelto di allargare il proprio orizzonte, trasformandosi in un laboratorio permanente di cultura, cinema e relazioni.

«Fin dall’inizio abbiamo provato a tenere insieme due dimensioni», racconta Giorgio Lisciandrello, direttore organizzativo del festival e selezionatore di film. «Da un lato la questione dei diritti, dall’altro la promozione culturale e cinematografica in un territorio che soffre storicamente di un problema di distribuzione e di accesso al cinema indipendente».

Un festival che cresce insieme al territorio

Nel tempo, il festival ha accompagnato l’evoluzione del dibattito pubblico e del concetto stesso di “queer”. Da spazio inizialmente dedicato al cinema LGBT+, il Sicilia Queer filmfest ha progressivamente ampliato i confini, scegliendo di usare il termine queer come categoria aperta, capace di interrogare identità, linguaggi, margini e trasformazioni sociali.

«La nostra scommessa è stata chiederci cosa significhi oggi fare un festival queer in Sicilia», spiega Lisciandrello. «Non potevamo che farlo in dialogo con il territorio, con le realtà locali, ma anche con l’ambizione di costruire uno spazio riconosciuto a livello nazionale e internazionale».

In una regione in cui l’offerta culturale indipendente fatica spesso a trovare spazi e risorse, il festival si è posto come ponte tra Palermo e il resto del mondo: un luogo capace di attrarre opere, ospiti e sguardi che altrimenti difficilmente arriverebbero sull’isola.

Un contenitore che genera altre esperienze

Nel racconto di Lisciandrello, il Sicilia Queer filmfest non è solo un evento annuale, ma un vero e proprio ecosistema culturale. Attorno al festival sono nate negli anni altre esperienze: una società di post-produzione cinematografica, fondata dallo stesso Lisciandrello, un podcast di critica cinematografica, un festival teatrale, laboratori, workshop.

«Ci è sempre sembrato importante che questo spazio potesse essere attraversato da altre persone e diventare, anche solo per un periodo, un luogo in cui costruire pezzi di vita e di lavoro», racconta. «Per alcuni è stato un film che li ha cambiati. Per altri è stato l’inizio di un percorso professionale».

Il festival diventa così un luogo di formazione professionale, di sperimentazione, di crescita: un contesto in cui giovani critici, studenti, registi, operatori culturali possono fare esperienza, creare reti, immaginare nuove traiettorie.

Fare un festival in Sicilia, oggi

Organizzare un festival indipendente in Sicilia, nel 2026, resta una sfida quotidiana. «Non è una lamentela meridionalista», chiarisce Lisciandrello. «È un dato strutturale: mancano fondazioni bancarie, grandi sponsor territoriali, e spesso anche un’interlocuzione stabile con le istituzioni»

Il gruppo che organizza il festival lavora in gran parte in forma volontaria, con rimborsi spese simbolici. «Lo facciamo perché crediamo in questo progetto, ma questo rende anche difficile una vera professionalizzazione».

Questa fragilità ha però un rovescio positivo: una forte autonomia editoriale e politica. «Non dipendendo da grandi enti, siamo molto liberi nelle scelte. Possiamo invitare chi vogliamo, costruire il programma senza dover rendere conto a nessuno. Questa libertà è una ricchezza».

Credibilità internazionale, fragilità locale

Negli anni, il festival ha costruito una reputazione che va oltre i confini regionali. Testate internazionali come i Cahiers du Cinéma hanno dedicato articoli al Sicilia Queer filmfest, e ospiti di primo piano del cinema e della cultura rispondono con entusiasmo agli inviti.

«Questo è motivo di grande orgoglio», racconta Lisciandrello. «Ma è anche una responsabilità. Quando accetti ospiti importanti, devi essere all’altezza: accoglienza, organizzazione, logistica. La credibilità internazionale cresce più velocemente delle risorse locali».

Un programma come spazio di scoperta

Il cuore del festival resta il programma cinematografico. Un gruppo eterogeneo di selezionatori – critici, studenti, professionisti del cinema, anche dall’estero – lavora tutto l’anno alla visione dei film. Il festival propone un concorso unico che mette insieme lungometraggi e cortometraggi, oltre a sezioni tematiche.

Tra queste, Eterotopie, dedicata ogni anno a un Paese o a un’area geografica spesso fuori dai radar della distribuzione mainstream; Retrovie italiane, che rilegge la storia del cinema italiano alla luce di temi e sensibilità che oggi possiamo definire queer; e una selezione di anteprime provenienti dai principali festival internazionali, da Berlino a Cannes, da Locarno a Venezia.

«Molti dei film che proiettiamo a Palermo non si vedrebbero mai altrimenti», spiega Lisciandrello. «Creare più occasioni di visione significa anche creare più occasioni di incontro».

Il sostegno di Banca Etica: dare continuità a un progetto indipendente

Accanto alla dimensione culturale, c’è una questione molto concreta: la sostenibilità economica. Il Sicilia Queer filmfest riceve un finanziamento ministeriale che, però, arriva spesso a festival già concluso, costringendo l’associazione ad anticipare gran parte delle spese.

«È uno dei motivi per cui abbiamo deciso di sostenere il festival», spiega Claudia Mangano, vice responsabile della filiale Banca Etica di Palermo. «Parliamo di un festival indipendente, stimato a livello nazionale e internazionale, che lavora su tematiche legate alla diversità, alla non conformità, alla sperimentazione culturale. Sono linguaggi alternativi che fanno fatica a trovare spazio nei canali mainstream».

Il supporto di Banca Etica si traduce in strumenti concreti di liquidità. «Li sosteniamo con un fido di conto corrente, che dà elasticità di cassa e consente di anticipare le spese legate all’organizzazione: accoglienza degli ospiti, logistica, attività collaterali», spiega Mangano.

Far camminare il progetto su più gambe

Nel tempo, il lavoro con Banca Etica si è affiancato a un percorso di rafforzamento della gestione finanziaria. «Camminiamo insieme nel corso dell’anno per analizzare e gestire per tempo le possibili criticità», racconta Mangano. «L’obiettivo è che l’associazione sviluppi una struttura finanziaria più solida, in grado di fronteggiare le difficoltà e i ritardi purtroppo frequenti nell’erogazione dei contributi pubblici». Un lavoro di confronto continuo, non di indirizzo dall’esterno: «L’associazione ha scelto di inserire al proprio interno figure dedicate alla progettazione e allo sviluppo. È stata una loro idea, che hanno voluto condividere con noi, in ragione del clima di collaborazione che si è costruito nel tempo».

Insomma, a Palermo il cinema queer non è solo una rassegna. È un’infrastruttura culturale vitale, che tiene insieme diritti, sperimentazione, comunità e lavoro. E che, grazie a reti di sostegno coerenti con i suoi valori, continua a esistere dove altrimenti rischierebbe di spegnersi.

Photo credits: Sicilia Queer filmfest