a cura di Corrado Fontanta, giornalista di Valori.it
Sedici anni fa, quando nasceva l’Associazione culturale multietnica La Kasbah di Cosenza, il tema dell’accoglienza dei migranti non era centrale come oggi. Era raro che un gruppo di cittadini decidesse di spendere le proprie energie nel supporto alla comunità islamica e magrebina della città, offrendo aiuto per trovare spazi per la preghiera e l’attesa del digiuno, per la preparazione dei piatti durante le celebrazioni del Ramadan.
Era il 2002, e da allora il contesto e le sfide da affrontare sono cambiati: “Oggi sono molte di più le persone che hanno bisogno di assistenza – racconta Alessandro Gordano, uno dei fondatori –. E mentre in origine c’erano soprattutto la comunità marocchina, tunisina e polacca, adesso si è moltiplicata la presenza di filippini e ucraini, di rifugiati e richiedenti asilo”. Così anche La Kasbah si è dovuta attrezzare, tanto che già dal 2005 è diventata ente gestore di Asylon, Cosenza: la città dell’accoglienza, primo progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) della provincia e quarto nella regione, e ne gestisce altri due a Trebisacce.
Un impegno economicamente gravoso che l’ha spinta ad allacciare il rapporto con Banca Etica, visto che “il ministero degli Interni paga in tempi molto lunghi e i comuni non anticipano le spese, facendo sì che l’onere dell’amministrazione ricada su enti non profit come il nostro. Verso Banca Etica ci siamo indirizzati perché portatrice di principi etici differenti da quelli di banche che finanziano le guerre che sono proprio la causa di fuga dei nostri assistiti dai propri Paesi. Agire altrimenti ci sarebbe sembrato contraddittorio”.
E in una regione come la Calabria, al centro della strategia nazionale per le aree interne, dove l’accoglienza di migranti e rifugiati è stata promossa, soprattutto nei piccoli comuni della Locride, per fronteggiare abbandono e spopolamento, La Kasbah fa decisamente la sua parte.
Al momento ospita famiglie e singoli provenienti dalla Siria, e poi curdi iracheni, curdi turchi o curdi siriani, altri provenienti dall’Afghanistan e dall’Africa subsahariana, da Nigeria, Gambia, Costa d’Avorio… Queste persone, oltre a vitto e alloggio, assistenza sanitaria e prima alfabetizzazione, possono accedere ai servizi volontari organizzati in collaborazione con altri soggetti locali: uno sportello legale; un’equipe multidisciplinare per l’emersione, la diagnosi e la certificazione delle vittime di tortura. E poi ai tirocini formativi presso le imprese della zona, nonché a laboratori pratici, visite sul territorio, eventi di sensibilizzazione, e corsi: di educazione civica, sul funzionamento della normativa sanitaria in Italia, di orientamento alle leggi sul lavoro, ai contratti, alle regole di convivenza condominiale…
Non solo accoglienza, quindi, ma formazione di una nuova cittadinanza. Perché alcuni tra i migranti sbarcati nel nostro Paese resteranno e potranno dare un contributo alla collettività. Così come due ragazzi, uno togolese e l’altro afgano, ex beneficiari dei servizi di accoglienza a La Kasbah, che oggi sono diventati soci lavoratori: il primo – dopo esperienze in edilizia e agricoltura in varie regioni italiane – come mediatore culturale; il secondo occupandosi dell’inserimento abitativo.
Storie positive non isolate, come pure quella di una famiglia egiziana che, dopo essere stata ospitata e assistita, ora dà un contributo concreto all’economia locale: da che il capofamiglia era specializzato nella confezione di camicie nel suo Paese di origine, ora con fondi propri ha aperto un negozio tessile in Italia.
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