GIT Padova
Gruppo di Iniziativa Territoriale di Banca Etica
Cosa diventa la cittadinanza quando le persone smettono di percepirsi come produttrici di beni, relazioni e significati, e iniziano a riconoscersi prevalentemente come consumatrici di cibo, servizi, paesaggi, esperienze e identità già confezionate?
La domanda riguarda da vicino anche il modo in cui abitiamo i territori. Quando il cibo è percepito soltanto come un prodotto da acquistare, il territorio/paesaggio come uno sfondo da attraversare e la natura come un servizio di cui beneficiare, diventano meno visibili i processi materiali e le relazioni che rendono possibile la vita quotidiana. Si indebolisce così non solo il rapporto con la produzione agricola, ma anche la capacità di osservare, comprendere e prenderci cura dei luoghi nel tempo.
Le riflessioni di Zygmunt Bauman sulla società dei consumi, di Byung-Chul Han sulla società della prestazione e di Pier Paolo Pasolini sulla mutazione antropologica aiutano a nominare questa trasformazione. Nel richiamo di Pasolini alla scomparsa delle culture contadine non c’è però necessariamente nostalgia per un mondo perduto: c’è il riconoscimento di una frattura epistemologica, cioè della perdita di modi di conoscere radicati nei luoghi, nei cicli naturali, nei gesti e nelle relazioni.
Le culture contadine non custodivano soltanto tecniche produttive. Conservavano anche competenze diffuse: leggere il cambiamento delle stagioni, riconoscere una soglia, attendere, riparare, collegare il lavoro all’abitare e la produzione alla cura. Non si tratta di idealizzare il passato, né di pensare che quelle culture fossero prive di conflitti o disuguaglianze. Si tratta piuttosto di domandarsi quali capacità siano state perse e quali possano essere ricostruite oggi, in forme nuove.
Da questo punto di vista, l’agricoltura di comunità non è un modello alternativo marginale e non serve soltanto a produrre verdura. Può essere letta come un’infrastruttura epistemica: un insieme di luoghi, pratiche e relazioni attraverso cui una comunità torna a produrre conoscenza sul e per il territorio che abita.
Questa conoscenza non nasce solo dai libri o dalle competenze specialistiche. Si forma tornando più volte negli stessi luoghi, osservando la variazione stagionale, riconoscendo i segnali deboli nel suolo, nell’acqua, nelle piante e nelle relazioni umane. Cresce attraverso la ripetizione dei gesti, l’attenzione e l’esperienza condivisa. Chi partecipa a una semina, segue la crescita di una coltura o osserva come un terreno reagisce alla siccità e alle piogge non acquisisce soltanto informazioni: modifica il proprio modo di vedere quel luogo e la propria posizione al suo interno.
Nel Basso Isonzo questa possibilità è particolarmente concreta. A poca distanza dal centro di Padova, raggiungibile a piedi o in bicicletta, sopravvive un territorio agricolo periurbano nel quale campi, abitazioni, percorsi, acque, attività produttive e relazioni di vicinato continuano a intrecciarsi. Non è uno spazio vuoto da proteggere in modo astratto, né un semplice parco da consumare nel tempo libero. È un sistema vivente e abitato, attraversato da pressioni e conflitti, ma anche da una continuità agricola, da una memoria operativa e da possibilità ancora aperte.
Arakè – contenitore agricolo nasce dentro questa soglia, da un sogno di Matteo e Filippo Sandon. Non come semplice azienda agricola, ma come contenitore capace di ospitare produzione agroecologica, attività formative, giornate di lavoro condiviso, collaborazioni con scuole e percorsi di agricoltura sostenuta dalla comunità. In questi anni il progetto ha cercato di mostrare che produrre cibo significa anche produrre suolo fertile, paesaggio, competenze, relazioni e responsabilità.
L’esperienza mette però in luce anche una tensione. È relativamente facile costruire una comunità attorno a un evento, a un prodotto o a un’esperienza; è molto più difficile costruire una comunità con, capace di condividere nel tempo lavoro, rischio, decisioni e manutenzione quotidiana. Se il peso della produzione e della cura rimane concentrato su poche persone, anche i progetti più aperti e partecipati restano fragili. Arakè è quindi un laboratorio incompleto: non un modello da celebrare o replicare meccanicamente, ma un luogo in cui diventano visibili sia le possibilità sia le fatiche della transizione.
In questa prospettiva, la cittadinanza custodiale indica una forma di appartenenza nella quale abitare un territorio significa anche assumere una parte di responsabilità per le condizioni che permettono a quel territorio di durare. Non è una chiamata all’autosufficienza né una contrapposizione tra città e campagna. È il tentativo di passare dalla sola fruizione alla corresponsabilità, riconoscendo che il cibo, il suolo e il paesaggio sono prodotti da relazioni che richiedono presenza continuativa.
L’iniziativa del 4 ottobre 2026 presso Arakè azienda agricola, organizzata dal GIT Padova di Banca Etica, offre l’occasione di entrare concretamente in questo ragionamento. Andare sul posto, attraversarlo, osservare ciò che cambia e ascoltare chi vi lavora significa già spostarsi, almeno per qualche ora, dalla posizione di spettatori o consumatori. Non per trovare una risposta definitiva, ma per ricominciare a conoscere un territorio attraverso la presenza, i gesti e le relazioni che lo tengono vivo.
Paolo Sattin