Bergamo, 1991. Un gruppo di professioniste e professionisti inizia a farsi delle domande semplici, quasi ovvie: come si fa a essere un territorio accogliente? Come si risponde ai bisogni di chi arriva da un Paese altro: una casa, la lingua, un lavoro, delle relazioni? Allora non esisteva quasi nulla, sul piano dei servizi pubblici, pensato per i primi migranti che raggiungevano la città. Così nasce l’Associazione Ruah: non da una strategia istituzionale, ma da una domanda morale.
Da associazione a cooperativa
Vent’anni dopo, quell’intuizione ha dato vita a una delle realtà più articolate del terzo settore bergamasco. «Nasciamo in forma cooperativa nel 2009», racconta Daniela Meridda, presidente della Cooperativa Impresa Sociale Ruah, «ma la nostra storia parte da molto prima, dall’esperienza umana e culturale di quella associazione». Il passaggio dalla forma associativa a quella cooperativa non è stato un cambio di rotta, ma una necessità: i servizi erano cresciuti, la forma giuridica di associazione non bastava più a sostenere la mole di lavoro, e serviva una struttura più adeguata.
Ruah è oggi un ente dell’economia sociale che ha assunto la forma di cooperativa sociale mista, di tipo A e B. La parte A gestisce i servizi alla persona: accoglienza, housing sociale, scuola di italiano, formazione, mediazione interculturale, supporto etnoclinico, ricerca, turismo sociale e sostenibile. La parte B ha invece nel suo cuore il progetto Triciclo, che offre opportunità di lavoro a persone in situazione di svantaggio — certificato o no. «Le fragilità si manifestano anche fuori dalle certificazioni», dice Meridda. «E la cooperazione sociale ha il compito di accoglierle tutte».
Il Triciclo e l’economia circolare
Il Triciclo nasce come laboratorio occupazionale: raccolta di abiti usati in provincia di Bergamo, mercatino dell’usato, sgombero di cantine e appartamenti. Col tempo si è trasformato in qualcosa di più ampio: una visione di economia circolare che intreccia inserimento lavorativo, sostenibilità ambientale e diritti. Ruah aderisce a Riuse, la rete di cooperative che si occupa della raccolta di indumenti usati nelle province di Milano, Bergamo, Monza-Brianza, Varese, Lecco e Como: una filiera che trasforma abiti usati in progetti solidali e lavoro dignitoso per fasce deboli di popolazione. «È un progetto dove l’ambiente e l’inclusione non sono obiettivi separati», spiega Meridda, «ma due facce della stessa visione»
L’accoglienza: dai numeri dell’emergenza alla presa in carico
Tra il 2016 e il 2020, Ruah ha gestito, in collaborazione con la Caritas della Diocesi di Bergamo e diverse cooperative del territorio, l’accoglienza di richiedenti asilo in provincia di Bergamo – in centri di accoglienza straordinaria di piccole, medie e grandi dimensioni, ma anche in appartamenti diffusi fino alle valli. «Il nostro approccio non è mai stato quello di mettere le persone in un centro ad aspettare la conclusione dell’iter burocratico della richiesta di asilo», sottolinea Meridda. «Ci siamo sempre concentrati sui diritti e sull’autonomia: la lingua italiana, la conoscenza del territorio, le relazioni sociali, l’italiano per il lavoro, per la patente, per la vita».
Oggi i numeri sono diversi — circa 200-250 persone in accoglienza, due CAS e due reti abitative — ma la filosofia è la stessa. Ruah è, anche, tra gli enti gestori dei progetti SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) sul territorio bergamasco, insieme al Consorzio Solco Città Aperta e alla Cooperativa il Pugno Aperto: percorsi di secondo livello, rivolti a chi ha già ottenuto lo status di rifugiato e vuole costruirsi un’autonomia reale, con più risorse per la formazione professionale e l’inserimento lavorativo.
Centro Fo.R.Me e il cinema come strumento
Dall’esperienza dell’accoglienza è nato anche il Centro Fo.R.Me, Centro di Formazione, Ricerca e Mediazione a orientamento etnoclinico di Ruah: nato nel 2015, come spazio etnoclinico dedicato al miglioramento delle condizioni di vita di coloro che direttamente o indirettamente vivono il processo migratorio, oggi è un luogo di orientamento, riflessione e cura in cui ognuno può scoprire la propria singolarità. «È un centro che non lavora da solo», dice Meridda, «ma in dialogo con diversi professionisti tra psicologi, psichiatri, pedagogisti, avvocati e ricercatori, anche universitari, anche internazionali. Collaboriamo con l’Università Milano-Bicocca e con l’Università di Verona, per esempio». Formazione, progettazione, clinica e ricerca: quattro dimensioni che si alimentano a vicenda.
Sul fronte della cultura e dell’advocacy, la punta di diamante è Integrazione Film Festival, che quest’anno taglia il traguardo dei vent’anni. Nato dall’intuizione di un operatore sociale del Basso Sebino, è diventato un festival di caratura nazionale e internazionale: ogni anno arrivano circa trecento proposte da una cinquantina di Paesi, cortometraggi e documentari che raccontano storie di incontro tra culture. «Non ci parlano più del futuro», dice Meridda. «Ci parlano del presente. Di un mondo dove l’intercultura non è un’utopia ma una realtà già qui, già da vedere».
Il sostegno di Banca Etica: anticipare dove gli altri non arrivano
Ruah è diventata cliente di Banca Etica nel luglio 2024, spinta da un’esigenza molto concreta. La prefettura di Bergamo accumulava ritardi nell’approvazione delle rendicontazioni delle attività di accoglienza. I contributi pubblici, formalmente assegnati, restavano bloccati in attesa di validazione, creando una difficoltà di liquidità seria. «Le altre banche con cui collaboravano offrivano l’anticipo su fattura», spiega Raffaele Lo Iacono, responsabile della filiale di Bergamo. «Ma la fattura si può emettere solo dopo che la prefettura approva la rendicontazione. Il problema di Ruah era a monte: avevano bisogno di qualcuno che anticipasse già sull’assegnazione del contributo, prima ancora dell’approvazione».
Banca Etica ha fatto esattamente questo, diventando nel giro di poco tempo la banca principale della cooperativa. Ma il rapporto non si esaurisce nell’operazione finanziaria. «Con Ruah abbiamo aperto molti conti base», racconta Lo Iacono, riferendosi allo strumento bancario destinato a persone in difficoltà economica — a costo zero, con requisiti documentali semplificati, senza obbligo di residenza. «Le banche sarebbero obbligate per legge ad aprirli, ma nella realtà quasi nessuno lo fa. Da noi vengono persone a cui altre banche hanno detto di no. Lo facciamo perché è un diritto».
La scelta di sostenere Ruah, per Lo Iacono, non ha bisogno di molte spiegazioni. «Banca Etica si è esposta pubblicamente, nel corso degli anni, sul tema dell’accoglienza e dei diritti dei migranti. L’attività che svolge Ruah ci tocca da vicino: i diritti umani, l’integrazione, la possibilità di dare alle persone una seconda possibilità dopo un viaggio spesso durissimo. Non è solo un’operazione commerciale. Sono temi in cui crediamo».
A Bergamo, in via San Bernardino, Ruah continua a tenere aperte le sue porte. In tante lingue, come recita la scritta che campeggia sul suo sito: benvenuti, welcome, bienvenue, مرحباً.
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